Cosa fare ad Apiro

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2006

Apiro è un comune marchigiano di poco più di 2000 anime, che rientra amministrativamente nella provincia di Macerata, nell’entroterra marchigiano.

Sorge su una collina ai piedi del Monte San Vicino e confina con i comuni di Cingoli, Cupramontana (An), Matelica, Poggio San Vicino, San Severino Marche, Serra San Quirico (An), Staffolo (An). 

Sembra che il suo nome derivi dal latino ad pirum, al pero, ma l’abitato è fatto risalire ai piceni prima e ai  romani poi. Subì l’invasione dei Goti e poi dei Longobardi e sotto questi ultimi fu annesso al  Ducato di Spoleto. Nel 1227 si resse a libero comune, capoluogo della Valle di San Clemente, che comprendeva alcuni castelli della zona,  oltre al castro di Apiro. Di li a breve però venne conquistata dalla città di Jesi e immessa nel suo contado. Nel 1433-34 venne poi conquistata da Francesco Sforza e in seguito passò sotto il dominio pontificio, restando sotto la giurisdizione pontificia fino all’Unità d’Italia.


Il centro del paese, protetto dalle solide e ben conservate mura castellane,  è caratterizzato dagli edifici che si affacciano sulla piazza principale, piazza Baldini.  Seduti qui a sorseggiare un caffè è ancora possibile provare la sensazione di tornare indietro nel tempo.  Sulla piazza si trova l’edificio del comune, massiccio edificio quadrangolare identificato con l’antico Palazzo dei Priori il cui primo impianto risale al 1200 e più volte rimaneggiato. Si affaccia sulla piazza la Collegiata di Sant’Urbano, costruita nel 1632, su un precedente edificio, per volere di Giovanni Giacomo Baldini (1581-1656), dottore locale che si trasferì a Roma divenendo il medico personale del cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, di papa Urbano VIII e di papa Innocenzo X. Baldini fece elevare la chiesa a collegiata e le fece ricchi doni e lasciti. Al suo interno conserva un organo del 1771 di Gaetano Callidoisime a suppellettili e dipinti che costituiscono il cosidetto Tesoro della Collegiata. 

Poco distante dalla piazza anche la chiesa ed ex Convento di San Francesco. Costruita prima del XII secolo, è l’edificio più antico del paese, anche se venne rifatto nel XVIII secolo. Conserva del primo edificio un portale romanico-bizantino del XIII secolo. Nel piccolo centro si trovano anche  il monastero di Santa Maria Maddalena, dimora ancora oggi delle suore di clausura, e il Teatro Mestica dalla facciata barocca 

A pochi chilometri dal centro del paese si trova invece l’abbazia di Sant’Urbano, sulla sponda sinistra del torrente Esinante. Dedicata a Sant’Urbano, papa dal 222 al 230 d.C e patrono di Apiro, l’Abbazia Benedettina di Sant’Urbano all’Esinante è citata per la prima volta in una pergamena del 1033, che documenta una convenzione stipulata tra il suo abate Gisberto e quello di San Vittore alle Chiuse, Attone. Sotto il profilo architettonico, l’Abbazia di Sant’Urbano all’Esinante presenta non poche peculiarità, tra le quali l’esistenza di due stili architettonici: il romanico e il gotico. Nella seconda metà del XIII Secolo, la chiesa venne rinnovata per porre rimedio agli incendi degli anni precedenti: la struttura divenne centro di riposo per i giovani pellegrini diretti a Roma;
Nel 1441, un decreto papale unì l’Abbazia di Sant’Urbano a quella di Valdicastro, entrando così a far parte della congregazione camaldolese che la gestì fino al 1665, quando entrambe le Abbazie furono assimilate ai monaci di San Biagio in Caprile a Fabriano;
Nel 1810 divenne di proprietà privata e nel tempo fu trasformata in azienda agricola.
Nel 1978 fu infine donata al Comune di Apiro, attuale proprietario. 

L’Abbazia di Sant’Urbano è orientata verso Gerusalemme e come di consuetudine, nell’antichità – in cui era d’uso l’inserimento di elementi architettonici ispirati da modelli astronomici e matematici per arricchire gli edifici religiosi  di elementi simbolici – nell’Abbazia di Sant’Urbano si realizzò un occhio circolare sopra l’abside, dal quale solamente in due date dell’anno, alle prime ore del mattino, entra un fascio luminoso che attraversa il buio dell’aula e colpisce un cerchio scolpito nel pilastro della navata laterale sinistra. Da oltre 1000 anni, ogni 25 maggio – giorno del patrono di Sant’Urbano – e ogni 19 luglio (per simmetria rispetto al solstizio d’estate), alle prime ore del mattino, un raggio luminoso entra, da un occhio posto sopra l’abside, attraversa l’abbazia, e raggiunge un cerchio, scolpito nella pietra di una colonna della navata laterale sinistra, sovrapponendosi ad esso completamente. L’evento inizia alle ore 7:15 e termina alle ore 7:41. Contemporaneamente, il fenomeno si manifesta anche all’interno della cripta, dove un raggio di luce, entrante dalla finestra dietro l’altare, colpisce un cerchio scolpito alla base di una sola delle colonne, l’unica con la base circolare.

Ma la bellezza e la magia di Apiro sono soprattutto le sue colline circostanti, dove perdersi lungo le stradine bianche che si snodano in mezzo ai vigneti di uve verdicchio, punteggiate dai  tipici casali in pietra, oggi quasi tutti in via di recupero e trasformati in bed and breakfast. 

Nelle vicinanze del centro in estate ci si può rinfrescare con un tuffo nel  Parco acquatico Eldorado. Oppure, un poco più lontano, sulle rive del lago di Castreccioni. In tutte le stagioni è da visitare il Monte San Vicino, con i suoi colori sempre diversi del bellissimo Bosco di Canfaito e da non perdere sempre in zona, il piccolo villaggio di pietra di Elcito.

Un’esperienza da non perdere è assaggiare qui i cavallucci, biscotti tipici che differiscono davvero poco dalla ricetta dei cavallucci della  non lontana Cingoli. Ecco qui la ricetta dei cavallucci di Apiro

Per il ripieno, ammollare e strizzare l’uvetta, tritarla insieme a noci, mandorle, nocciole, zucchero, cacao, scorza d’arancia, liquore al caffè, sapa. Nella ricetta tradizionale si aggiungeva anche mollica di pane.

Intanto che si lascia riposare il ripieno si passa a preparare la pasta. L’impasto è ottenuto con farina, vaniglia, una puntina di lievito, sapa, poco zucchero e come grasso per impastare tradizionalmente era usato l’olio. I cavallucci si preparano formando dei quadrati di pasta spessi circa 3 millimetri , al centro dei quali viene deposta una noce del ripieno. I lembi vengono poi piegati su se stessi e i biscotti sono incurvati  ad arco a formare appunto il dorso di un cavalluccio, prima di essere infornati a circa 180 gradi per circa 25 minuti. Vengono poi glassati con grappa e zucchero a velo.

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